
L’ultima volta che li avevo visti era nel 2008, sempre nella cavea dell’Auditorium. Allora erano già lontani dall’epoca magica di Ágætis byrjun e (), due dischi assurdi, con quella lingua immaginaria e quell’atmosfera cupa che mi aveva catturato. Quella volta avevano puntato molto sugli album successivi, più solari e meno oscuri, e ne rimasi un po’ deluso.
Oggi, a distanza di sette anni da quel concerto e ventisei dall’uscita di Ágætis byrjun, torno a vederli con l’aggiunta dell’orchestra, e l’effetto è notevole. La scrittura è ormai lontana dalla semplicità degli esordi, ma la scaletta convince e le atmosfere rimangono ipnotiche.
I Sigur Rós restano un gruppo che ha fatto genere a sé, riconoscibili in ogni fase della loro carriera. E quando ripescano i brani dei due album citati, la differenza rispetto al resto della produzione si sente, eccome.
Nel complesso, un concerto che lascia il segno.
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